Arcipelago Gulag e lo scandalo del silenzio

Solženicyn 1918-2018

a cura di Redazione Oscar

di Maurizia Calusio

"Non destò grande rumore"

A differenza di Varlam Šalamov e Vasilij Grossman, insieme ai quali è il massimo esponente di quella letteratura “concentrazionaria” la cui smagliante modernità è rimasta a lungo inosservata per l’urgenza della materia trattata, Aleksandr Solženicyn non ha avuto fortuna in Italia, dove pure – a differenza degli altri due autori – fu pubblicato sin dagli anni Sessanta. Quando uscì da noi, nel 1963, Una giornata di Ivan Denisovič - la prima opera edita nell’Urss (in piena destalinizzazione e con l’autorizzazione di Chruščev) dove si parlasse apertamente di lager - “non destò grande rumore”, come disse Montale, e pochi ne scrissero. Tra questi Franco Fortini, che subito ne trasse le estreme conclusioni: «Se Solženicyn è quel vero e importante scrittore che sembra […] se il messaggio che egli ci comunica è quello che più percettibile ci giunge e cioè di opporre un "segretamente umano" alla disumanizzazione storica ed una "libertà segreta" ossia etica o etico-religiosa […] bisognerebbe concludere che la rivoluzione socialista è fallita […] la nostra vita è stata inutile».

Anche l’apparizione delle successive opere di Solženicyn ebbe scarsa attenzione critica fuori della cerchia degli slavisti. Romanzi come Divisione cancro e Nel primo cerchio in patria circolavano clandestinamente, e vennero perciò ignorati dall’intelligencija italiana filosovietica. Poche furono le eccezioni anche sul fronte antisovietico. Montale recensì Divisione cancro definendo Solženicyn

«un uomo per cui l’arte è un modo di vivere e di respirare, non un luogo appartato in cui si tentano esperienze audaci, e innocue, per poi fare ritorno alla normalità».

Nicola Chiaromonte osservava come in Solženicyn i lettori trovano «non una risposta a questioni astratte, ma la conferma di un fatto elementare, oggi tremendamente oscurato: il fatto che la dignità dell’uomo - la via vera della liberazione - sta […] nella capacità di "soffrire e capire", non in quella di godere e gonfiare all’estremo il proprio Ego».

Arcipelago Gulag
Il deportato Solženicyn,  contrassegnato dal numero ŠČ-262.
Courtesy Centro di ricerca sull’emigrazione russa “A.I. Solženicyn”

La reazione in Italia ad "Arcipelago Gulag"

Dopo l’apparizione del primo volume di Arcipelago Gulag, a Parigi, in russo, nel dicembre 1973, e l’arresto dello scrittore, nel febbraio 1974, Solženicyn fu per breve tempo al centro dell’attenzione.

Arcipelago Gulag

La fotocopia del primo tomo dell'edizione parigina di Arcipelago Gulag
in piccolo formato, occultata in una scatola da torte.
Courtesy Centro di ricerca sull’emigrazione russa “A.I. Solženicyn”

In prima pagina sul “Corriere” Alberto Moravia scrisse: «Se invece di accusare Solženicyn di tradimento, lo avesse anche soltanto “preso sul serio”, ne sarebbe venuto ad est, all’Unione Sovietica, al socialismo e, alla fine, all’umanità intera un incommensurabile vantaggio. Ora apprendiamo invece che Solženicyn, con un pretesto è stato arrestato. Secondo noi, egli dovrebbe essere non soltanto liberato al più presto, ma anche premiato per avere contribuito così validamente alla futura e, speriamo, immancabile autocritica della società di cui fa parte».
Sempre nel “Corriere”, Gustaw Herling definiva Arcipelago
«una magnifica e monumentale monografia della legalizzazione del terrore»,

e ne esaltava le qualità artistiche: «È il tessuto nel suo insieme che conta davvero e rende straordinaria la prosa di Solženicyn: densa, ricca di registri, sciolta e controllatissima allo stesso tempo, come se la tensione narrativa non fosse che un naturale risvolto dell’eloquenza».

Arcipelago Gulag
La macchina da scrivere dalla quale lo scrittore non si separò mai.
Courtesy Centro di ricerca sull’emigrazione russa “A.I. Solženicyn”

Ma, dopo l’uscita presso Mondadori dell’edizione italiana, l’attesa e l’attenzione vennero incredibilmente meno. Scrisse Moravia nell’"Espresso": «Ci dispiace per Solgenitsin [sic], che è un nazionalista slavofilo della più bell’acqua, ma gli orrori da lui giustamente denunziati sembrano essere stati originati da certi caratteri storici del suo paese piuttosto che dal socialismo, il quale pur con varie durezze, è stato una cosa in Russia e un’altra negli altri paesi comunisti». Negativi quando non sprezzanti furono i giudizi dei pochi autori italiani che scelsero di intervenire: Cassola, Eco, Calvino. Sorprendente l’invito al silenzio con cui si chiudeva la recensione di Pietro Citati, che agognava all’oblio: «Per coloro a cui la fortuna ha risparmiato una prova così atroce credo che sia più proficuo dimenticare del tutto il lugubre seguito di idee pervertite, di violenze e di torture, iniziato nel radioso 1789 […] forse soltanto un oblio completo […] può liberarci da quel terribile fascino».

In generale, la reazione più diffusa nel nostro Paese all’apparizione di Arcipelago fu uno scandaloso silenzio, rotto da rarissime eccezioni (provenienti, per lo più, dal mondo cattolico).

Una grande opera viva

E ancora una volta, come già nel '63, anche in quel 1974 risuonò fuori dal coro la voce di Fortini: «Non c’è da stupirsi che sia tanto diffusa l’insofferenza e frequente il disprezzo per Solženicyn… C’è un’ipocrisia grave nel discorso di chi mette le mani avanti con riserve sulla qualità delle sue opere. […] Con quella moneta d’ingresso, più facilmente può mettere fra parentesi i contenuti storico-politici di Solženicyn». Eppure, osservava il poeta e critico, «il solo contributo politico di Solženicyn è quello di metterci davanti agli occhi, insieme alle ossa di milioni di deportati e di torturati, il ritratto e la buona coscienza di chi non vuole si parli del passato per non parlare del presente, perché comincia a intendere che passato e presente sono un’unica cosa. […] Fingere di credere che lo scopo di Solženicyn sia quello di denunciare gli orrori dal 1917 a ieri è prenderci per cretini: Solženicyn, come sempre si è fatto, usa la metafora storica per parlare di oggi e di domani. Egli è “di destra” solo perché ci sta di fronte e non di fianco”. E ancora, nel 1977:

«La ferita che una sua posizione, una sola sua pagina di verità, può aver saputo infliggere non si rimargina più e chi ne è stato ferito una volta è una unità perduta per gli eserciti rassegnati delle tirannie».

Arcipelago Gulag
Il diploma del premio Nobel ad Aleksandr Solženicyn, Stoccolma,1970
Courtesy Centro di ricerca sull’emigrazione russa “A.I. Solženicyn”

Oggi, a un secolo esatto dalla nascita di Solženicyn, a trent’anni dalla fine dell’Urss, Solženicyn ancora attende che i lettori italiani si lascino ferire da una sua pagina di verità: in questo nuovo tempo forse sarà più facile accogliere Arcipelago Gulag non come il resoconto di ormai lontane tragedie storiche, ma come una grande opera viva.

 

 
Immagine in evidenza dell'approfondimento: Courtesy Centro di ricerca sull’emigrazione russa “A.I. Solženicyn”.
Tutte le fotografie di questo approfondimento sono pubblicate nel catalogo della Mostra Il grande narratore del secolo russo - A.I. Solženicyn 1918-2008, Itaca, 2018 (Edizione italiana a cura di Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, Ultreya, Università degli Studi di Milano)

§ Maurizia Calusio insegna Letteratura Russa all'Università Cattolica di Milano; ha curato Arcipelago Gulag per i Meridiani  (2001, con un saggio introduttivo di Barbara Spinelli, traduzione di Maria Olsùfieva) e per gli Oscar Moderni.

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