“American Gods”: un viaggio nell’anima dell’America

a cura di Redazione Oscar

American Gods, oggi una storia più affascinante che mai

In occasione dell’uscita della serie tv American Gods, Neil Gaiman ha spiegato il motivo per cui, dopo più di tre lustri dalla pubblicazione originale, la storia raccontata nel suo romanzo continua ad affascinare e a essere importante per lettori e lettrici in tutto il mondo:

«Perché siamo umani e raccontiamo storie, raccontare le nostre storie e quelle che abbiamo sentito da bambini è una delle cose più belle e importanti che possiamo fare. Ci sono storie, ora, che sono più vecchie di qualunque città. Alcune di loro sono più vecchie delle nazioni in cui vengono raccontate. A volte possiamo datare una storia attraverso i riferimenti geografici, i vulcani, le cose che vengono menzionate. E le storie durano nel tempo. Sono importanti. E a volte, anche se è da pazzi, mi piace pensare che le storie siano solo il veicolo che le storie usano per propagarsi, per assicurarsi la sopravvivenza».

American Gods

La locandina della serie "American Gods" su Amazon Prime Video

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Gaiman e lo Storytelling

L’attenzione nei confronti dello storytelling rappresenta un po’ un leitmotiv della produzione di Neil Gaiman. Fin dell’esordio nel fumetto, lo splendido Casi Violenti con Dave McKean, l’autore angloamericano ha saputo trasporre su carta l’importanza storica, culturale e sociale della narrazione, esplorando le motivazioni che da sempre spingono l’uomo a raccontare. La fiction di Gaiman ci descrive la gioia dell’espressione creativa, ma anche il peso delle responsabilità e i problemi in cui incorrono coloro i quali si cimentano con questa arte antica quanto l’esistenza. Soprattutto, mette al centro la capacità delle storie di legarsi a doppio filo con l’imprevedibilità dell’esperienza umana, di evolversi, persino di morire. Fanno parte di noi e del nostro retaggio, perché è attraverso le narrazioni che diamo un senso agli eventi e alla nostra presenza nel mondo.
Un altro aspetto che caratterizza le storie è la loro capacità di adattarsi, di presentarsi sotto forme inedite per raggiungere vecchi e nuovi lettori. Di raccontarci magari quello che conosciamo già, ma di farcelo vedere sotto una luce del tutto nuova. È questo il motivo per cui il graphic novel di American Gods rappresenta un’aggiunta fondamentale alla biblioteca del fantastico. La sua esistenza e il suo successo – i premi Bram Stoker, Hugo, Locus e Nebula – testimoniano non solo il potenziale visionario dell’opera originale, ma anche la fertile duttilità che solo grandi narrazioni possiedono.

American Gods – 1. Le ombre

Neil Gaiman, P. Craig Russell, Scott Hampton

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Gli autori

Per dare nuova veste all’epopea di American Gods, Gaiman si è avvalso di collaboratori di eccezione. P. Craig Russel ha curato l’adattamento in sceneggiatura e pianificato i layout, scandendo il ritmo della narrazione nella struttura sequenziale del fumetto. Vero e proprio veterano dell’adattamento – celeberrima la sua trasposizione fumettistica de L’anello dei Nibelunghi –, aveva già collaborato con Gaiman per la serie principale di Sandman, (#50, “Ramadan”), e per i graphic novel Notti Eterne, Coraline, Dream Hunters, The Graveyard Book. Come spiega in un’intervista, «Lavoro con Neil da 25 anni e la mia attrattiva nei confronti di tale partnership è la qualità della sua scrittura. L’unica difficoltà per American Gods era la dimensione e la portata del progetto. 598 pagine di sceneggiatura e layout è un lavoro immenso. So che la serie tv porterà enorme notorietà al progetto, ma non ha influito sulla mia decisione di prenderne parte. Per me è sufficiente poter lavorare sul romanzo di Neil». Russel racconta anche come la generosa foliazione del fumetto abbia permesso di realizzare un adattamento completo e fedele: «Il primo arco narrativo di nove capitoli copre circa 200 pagine del romanzo di Neil, per cui abbiamo circa una pagina di graphic novel per ogni pagina di prosa, e Neil riesce a metterci un sacco di cose in una pagina».
Le matite sono state invece realizzate da Scott Hampton, apprezzato fumettista e illustratore americano che fu allievo di Will Eisner, e che ha collaborato con Gaiman per la miniserie The Books of Magic e per l’adattamento di The Graveyard Book. Nel tradurre in immagini American Gods, Hampton ha cercato di evitare l’influenza della serie tv: «Se qualcuno nomina lo show, mi copro le orecchie ed esco dalla stanza dicendo “lalalalalala”. Non voglio essere influenzato dalle scelte di nessuno. È già difficile mettere insieme l’interpretazione di Neil, di Craig, di Daniel [Chabon, l’editor di American Gods] e la mia». È importante quindi sfruttare al meglio la specificità narrativa e visiva del medium fumetto, senza “rincorrere” altre forme espressive:

«Sono convinto che, nell’era digitale, non ci sia nulla che la televisione non possa fare. Chi lavora sodo in questo ambito può portare a casa degli ottimi risultati. Ma ciò che la tv non riuscirà mai a fare, nel bene e nel male, è ricreare la visione di ogni singolo artista».

E le visioni di tanti altri artisti impreziosiscono l’affresco narrativo di American Gods. Oltre agli autori principali, infatti, la serie può vantare guest star che hanno prestato il loro talento per le copertine e per le storie brevi che completano i vari capitoli. Tra questi si possono citare Glenn Fabry, Walter Simonson, Colleen Doran, Glenn Fabry, David Mack e Dave McKean, storico collaboratore di Gaiman e già autore della splendida edizione illustrata del romanzo.

American Gods, American Dream

La trasmutazione fumettistica (e televisiva) riflette uno dei principali nuclei tematici dell’opera, la migrazione, lo sviluppo e la scomparsa delle narrazioni – mitiche e religiose – all’interno di un differente contesto spaziale e culturale. A sua volta, questa prospettiva è in parte figlia dell’esperienza personale di Gaiman, trasferitosi dall’Inghilterra agli Stati Uniti in età adulta. Quello di American Gods è lo sguardo di uno scrittore che vede l’America e i suoi miti con la prospettiva straniata di chi arriva da lontano, proprio come gli antichi dèi. Nelle parole dello stesso Gaiman,

«American Gods è un romanzo molto personale e politico. Ho cercato di descrivere l’esperienza di chi giunge in America come immigrato, l’esperienza di assistere al modo in cui l’America cannibalizza le altre culture. […] Ritengo di aver cercato di parlare della banalizzazione di altre culture, il modo in cui gli angoli vengono smussati e il modo in cui gli elementi che le rendono uniche e speciali vengono dimenticati o persi o abbandonati o assorbiti nell’“American Dream”».

Quello di American Gods è un variopinto mosaico in cui viene descritto l’incontro-scontro di diverse tradizioni culturali e religiose, di cui il lettore può divertirsi a ricostruire la genealogia. Vi ritroviamo diversi tipi di entità: in primo luogo, gli antichi dèi radicatisi in America in seguito a remoti processi migratori. Arrivano dall’Europa, come Odino, Černobog e Mad Sweeney il Leprecauno, dall’Africa, come Ibis e Jacquel, dal Medio Oriente, come l’indimenticabile Ifrit-tassista. In America hanno trovato nuova vita, un nuovo lavoro, a volte la pace. Qualcuno è impazzito, altri sono stati dimenticati.
Loro avversari sono gli dèi nuovi, idoli della modernità, del capitalismo e della globalizzazione. Sono giovani, affamati ed effimeri, sanno che il loro tempo è limitato perché potrebbero sparire in seguito a un’innovazione tecnologica o a un mutamento dei mercati. Tra essi ritroviamo il Ragazzo Tecnologico, personificazione di Internet e di quelli che «viaggiano in limousine sulle superstrade del futuro», nonché Media, che rappresenta le forme di comunicazione di massa e l’intrattenimento. Di aspetto femminile, incarna «il piccolo schermo, il rifugio degli scemi. Il santuario venerato da tutta la famiglia. La tv è l’altare».

Meno visibili ma non per questo meno significativi sono poi gli dèi autoctoni, spiriti delle culture nativo-americane che abitavano l’America prima che fosse America. Tra tutti il più iconico è l’Uomo Bufalo – presente anche in copertina –, personificazione del territorio e figura sciamanica in molte tradizioni religiose. Appare più volte in sogno a Shadow per dargli consigli e motivarlo nella sua ricerca.

Vi è infine un ultimo dio che vale la pena di considerare, privo di personificazione antropomorfa, che lega insieme le esperienze di tutti i personaggi coinvolti: la strada, il viaggio, l’America on the road. Un mito fatto di automobili, diner, alberghi sperduti chissà dove, raccontato nei romanzi di Jack Kerouac e di Robert Pirsig, e in film come Easy Rider e Thelma & Louise. Il viaggio lungo le arterie stradali del continente è da sempre caratteristica fondante della nazione americana, a partire dai coloni che si spostavano a ovest, per proseguire attraverso l’affermazione di autonomia e indipendenza propria della modernità automobilistica. Nonluogo per eccellenza, nella sua romantica anonimia si fa metafora spaziale di una nazione in costante movimento. La centralità del viaggio ha importanti ricadute sulla dimensione immaginifica del graphic novel, come spiega P. Craig Russel:
«Buona parte di American Gods si svolge in automobili, motel da due soldi e ristoranti. Quindi la sfida è sempre stata quella di rendere l’ordinario interessante dal punto di vista visivo.»

Quest’ultima frase racchiude un tratto caratteristico dell’opera, così come di ogni grande racconto gotico e urban fantasy. Trovando una nuova prospettiva da cui osservare la realtà contemporanea, American Gods ci racconta degli spettri che si nascondono sotto il volto della nazione Americana, un crogiuolo di popoli e retaggi culturali che vengono dal passato profondo e lottano per restare in vita. È un’esplorazione del Sogno Americano, degli aspetti più oscuri e delle esistenze marginali che si annidano negli interstizi. Ci parla dell’alterità come categoria storica, del kitsch come forma d’arte genuinamente americana, della schiavitù come momento fondativo di una nazione. Usa una forma popolare, composita ed eterogenea – il fumetto – per riflettere sull’eterogeneità del popolo americano. Nelle parole del suo autore, American Gods è
«uno specchio distorcente; un libro di pericoli e segreti, amore e magia. A conti fatti, parla dell’anima dell’America. Ciò che le persone vi hanno portato; ciò che le ha trovate quando sono arrivate; e tutte le cose che si nascondono, dormendo, sotto la superficie».

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