Classici moderni: i 70 anni de ‘Il bell’Antonio’ di Vitaliano Brancati

a cura di Redazione Oscar

Era il 1949 quando Vitaliano Brancati pubblicò Il bell'Antonio, il suo romanzo capolavoro.
Sono passati 70 anni e questo libro non perde la sua forza, quella capacità mirabile di disegnare all'interno di un contesto sociale preciso, la natale Catania degli anni del fascismo, una vicenda umana profonda e senza tempo.
Da più parti Il bell'Antonio è stato considerato il frutto più maturo e convincente di quel barocchismo descrittivo che si era già manifestato nel Don Giovanni in Sicilia.
Nel 1948 in una lettera a Bompiani lo stesso Brancati scrisse:


"Tengo molto a questo romanzo. È il primo mio libro che tu pubblichi inedito; è la mia opera più completa. Le mie diverse attitudini che, lavorando separatamente, hanno prodotto Gli anni perduti, Don Giovanni e Il vecchio qui lavorano insieme.
Mi pare che vien fuori assai chiaramente il quadro di una società ben curiosa. Il fatto poi dovrebbe interessare tutti i lettori. Ti raccomando questo libro in modo particolare. Vorrei che gli volessi bene e che lo mettessi sotto gli occhi di tutti."


Vitaliano Brancati

Vitaliano Brancati fotografato a Villa Bellini. Anni '30



I temi chiave del romanzo di
Vitaliano Brancati


In una Catania scintillante di nera pietra lavica, Vitaliano Brancati ambienta la vicenda di Antonio Magnano, un giovane bellissimo, tanto bello che sembra "un biscotto appena sfornato", con il volto olivastro affumicato dalla barba e unto di lacrime al di sotto degli occhi. È l'uomo che gli uomini ammirano e quello a cui le donne sospirano, con quel misto di ardore e di timore che la bellezza suscita quando soffia come un vento inquieto.
Un volto reso iconico dall'interpretazione di Marcello Mastroianni nel film del 1960 diretto da Mauro Bolognini con la sceneggiatura di Pier Paolo Pasolini.

Vitaliano Brancati

Antonio vive a Roma ed è richiamato dalla famiglia in Sicilia per prendere in moglie Barbara, bella e ricca ("possiede mezza Paternò").
Ma presto il destino del protagonista subisce un rovescio rispetto alla storia da seduttore che altri hanno scritto per lui: a tre anni dalle nozze trapela la notizia della mancata consumazione del matrimonio.
L'impotenza di Antonio diventa di dominio pubblico generando maldicenze. Sarà una condanna per la reputazione del protagonista e della sua oltraggiata famiglia.

L'autore riprende il tema del gallismo già affrontato nella sua produzione, ma questa volta in una chiave più problematica e cupa che si avvicina ai toni della tragedia.
E a questa tematica intreccia una riflessione potente sulla società borghese fascista, filo rosso dell'opera e anche del destino di Vitaliano Brancati che tra il 1934 e il 1945 ripensò completamente la propria formazione giovanile fino a giungere a una del tutto nuova risoluzione della sua vicenda intellettuale e civile. Un percorso esistenziale e ideologico molto sofferto ma che ha dato esiti felici nella sua produzione letteraria.

Ecco che in filigrana dietro il tema dell'impotenza lo scrittore scaglia la sua critica a una società che con l'esuberanza - politica e sessuale - maschera la propria gretta infelicità. E lo fa utilizzando un tono insieme comico e feroce.


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Vitaliano Brancati in posa sulla scrivania del suo studio a Catania



Una finestra su Catania


Come tanti celebri autori siciliani, Verga, Pirandello e Sciascia tra gli altri, anche Vitaliano Brancati nella sua vita ha conosciuto la dialettica di vicinanza/lontananza dalla terra natia.
L'isola dai mille volti, babba, mite, furba, frenetica, a lutto per usare le parole di Gesualdo Bufalino, respinge e richiama in un'eterna spinta circolare. Così è successo a Vitaliano, dopo gli anni romani, così accade al bell'Antonio e a Giovanni e Maria Antonietta, protagonisti del Dongiovanni che, dopo un triste periodo a Milano, decidono di fare ritorno a casa.
Catania è il luogo di un'esistenza fatta di gesti sterili e ripetitivi da cui illusoriamente si cerca di affrancarsi, ma Catania è anche radici. Per questo Il bell'Antonio è anche un inno alla bellezze della città incastonata tra l'Etna e il mare:

Finalmente Antonio rimase solo e poté guardare a suo agio i cari tetti di Catania, quei tetti neri, disseminati di giare, di fichi secchi e di biancheria, sui quali il vento di marzo, al tramonto, sferra calci da cavallo; le cupole che, nelle sere di festa, scintillano come mitre d’oro; le gradinate deserte dei teatri all’aperto; gli alberi di pepe del giardino pubblico; il cielo della provincia, basso e intimo come un soffitto, sul quale le nuvole si dispongono in vecchi disegni familiari; l’Etna accovacciato fra il mare e l’interno della Sicilia, con sulle zampe, la coda e il dorso, decine di paesetti neri che vi stanno arrampicati con stento.




Vitaliano Brancati e Anna Proclemer con Tommaso Landolfi


Rileggere Il bell'Antonio a 70 anni dalla pubblicazione significa accostarci a Vitaliano Brancati per comprenderne la forza del rinnovamento, la tensione drammatica, lo slancio morale e politico.
Il professore dall'aria scura che proteggeva il suo travaglio interiore dal mondo esterno, l'autore colpito ma mai piegato dalla censura (si veda come rappresentativa la vicenda dell'opera teatrale La Governante), lo scrittore versatile di romanzi, scritti giornalistici, testi teatrali. 
Leonardo Sciascia l'ha definito "diverso" all'interno della letteratura italiana, alla luce della sua frequentazione e assimilazione stendhaliana. Come l'autore francese con Armance, anche Brancati con Il bell'Antonio ci ha consegnato l'affresco di un salotto che rispecchia una società intera. E al suo interno vi ha creato un protagonista immortale, Antonio, impotente di fronte a un sistema che non gli dà la libertà di sognare.
Ma lui alla fine sogna e quando succede, finalmente, prova "una felicità da morirne".



Una foto pubblicata su Les Nouvelles Littéraires. Parigi, gennaio 1951 


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Vitaliano Brancati, Anna Proclemer e Antonia Brancati. Soprabolzano, agosto 1952


N.d.R: le foto presenti in questo articolo sono state gentilmente concesse da Antonia Brancati

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